Le attuali opere consultative, dai dizionari alle enciclopedie, possiedono, oggigiorno, un preciso e codificato apparato testuale, grazie al quale ogni argomento viene classificato e spiegato secondo regole precise. Tuttavia, nel panorama della lessicografia italiana, fino al Quattrocento ancora esistevano, nei glossari, incertezze ed approssimazioni nella lemmatizzazione e nelle definizioni; nel secolo dell’Umanesimo cominciò comunque ad avvertirsi l’esigenza di una codificazione della lingua volgare, circoscrivendola in raccolte che avessero la medesima dignità dei repertori latini: furono fatti, soprattutto in Toscana, i primi esperimenti di compilazioni monolingui, ma queste ultime si rivelarono ancora incomplete ed incoerenti nel metodo di indicizzazione dei vocaboli. Il superamento delle incongruenze e delle contraddizioni avvenne con la svolta radicale operata dalla prima edizione del Vocabolario della Crusca, le cui impostazioni teoriche erano salde e coerenti; il principale fautore di quest’opera rivoluzionaria fu Leonardo Salviati, filologo e letterato che entrò a far parte dell’Accademia nel 1583: fino a quel momento gli Accademici si dedicavano soprattutto a riunioni ludiche e conviviali, ma con l’arrivo di Salviati l’obiettivo dell’Accademia divenne quello di separare il buono dal cattivo in fatto di lingua. Gli Accademici della Crusca avevano fondato la loro identità terminologica adottando e mantenendo, anche durante la stesura del Vocabolario, tutto un apparato simbolico ed allegorico, legato alla preparazione del pane: gli stemmi personali degli accademici erano, infatti, detti “pale”, mentre quello dell’Accademia, che appariva sul frontespizio dell’opera, era il “frullone”, strumento utilizzato per separare la farina dalla crusca; inoltre, il Vocabolario della Crusca fu stampato grazie all’autofinanziamento degli Accademici, e ciò permise loro di mantenersi indipendenti da ogni influenza esterna. La compilazione del Vocabolario ebbe inizio nel 1591 e si concluse con la pubblicazione nel 1612, quando il volume venne stampato a Venezia presso il tipografo Giovanni Alberti; il Vocabolario abbracciava le posizioni teoriche ispirate al fiorentinismo trecentista del Bembo, ma questa prospettiva venne temperata dalle scelte di Salviati: egli, infatti, oltre a prendere in considerazione l’autorità letteraria delle Tre Corone, Dante, Petrarca e Boccaccio, gli scrittori volgari per eccellenza, incluse anche alcuni autori minori e testi anonimi, citando persino autori moderni, come il non toscano Ariosto. La prima edizione del Vocabolario della Crusca, quindi, rifletteva un pensiero linguistico che andava oltre le teorie del Bembo, legittimando una lingua fiorentina viva e popolare, purché testimoniata in autori antichi o in testi minori. Il Vocabolario possedeva numerose novità, soprattutto a livello strutturale: rispetto ai dizionari precedenti, scomparve la suddivisione tra uso della poesia e uso della prosa e l’abitudine di inserire osservazioni grammaticali all’interno delle singole voci; innovative furono anche le scelte grafiche, a partire dall’abbandono degli usi ancora legati al latino. Tuttavia, il vocabolario si caratterizzava negativamente per il suo ostentato disinteresse nei confronti della terminologia tecnico-scientifica, le cui voci venivano liquidate con la sbrigativa definizione “animale noto” o “pianta nota”. L’impostazione bembiana e tradizionalista del vocabolario suscitò parecchie discussioni, che additavano, nello specifico, la scarsa attenzione riservata agli scrittori del Cinquecento, primo tra tutti il Tasso, escluso dall’edizione, l’eccesso di arcaismi e l’abusato primato fiorentino della lingua; nonostante ciò, le critiche ricevute non modificarono i criteri di lavoro degli Accademici, che pubblicarono la seconda edizione del Vocabolario a Venezia nel 1623, la quale non si discostava molto dalla prima. Con la terza edizione, invece, edita a Firenze nel 1691 in tre volumi, diversi furono i cambiamenti rispetto alle precedenti: innanzitutto, venne introdotta la sigla V.A. (“Voce Antica”), per contrassegnare le voci antiche, ed aumentarono gli autori moderni chiamati in causa, nonché accolti vari trattati scientifici e definite molte voci del linguaggio tecnico; questo rinnovamento fu possibile grazie al cardinale Leopoldo de’ Medici, che aveva promosso l’apertura dell’opera a espressioni dell’uso vivo. La quarta edizione del Vocabolario, pubblicata a Firenze, in sei volumi, tra il 1729 e il 1738, partiva da due presupposti: da un lato, si guardava all’uso moderno della lingua, dall’altro, invece, si verificò una rigida chiusura nei confronti dei letterati non toscani, accompagnata da un’involuzione nel settore dei termini scientifici; la nascita coeva dell’Illuminismo e la pubblicazione, a partire dal 1751, dell’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert acuirono ancora di più lo scarto tra lo sviluppo e il progresso delle scienze, che si stava verificando in Europa, e la mentalità culturale arretrata che emergeva dal Vocabolario. Il capolavoro francese, aperto alle nuove frontiere della tecnica, analizzava i termini della scienza e delle arti con spiegazioni accurate ed esaurienti, anche con l’aggiunta di tavole di illustrazioni esplicative; a partire da questo avveniristico progetto, il modello lessicografico anglo-francese si diffuse rapidamente ed influenzò molte opere del XVIII secolo, soprattutto nella messa in discussione della desueta prassi terminologica della Crusca. Tra le critiche più aspre, che coinvolsero l’Accademia, si ricorda quella espressa dal milanese Alessandro Verri, che nel 1765, all’interno della rivista “Il Caffè”, scrisse la “Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca”: il trattatista accusava gli Accademici di proporre un modello letterario formale ed artificioso, avulso dalla realtà, incapace di cogliere i cambiamenti linguistici e destinato esclusivamente ad un pubblico elitario e dotto; non molto tempo dopo, nel 1783, il granduca Pietro Leopoldo di Toscana fuse l’Accademia della Crusca con quella fiorentina, probabilmente anche in seguito alle dure polemiche anticruscanti. Con l’Ottocento, definito il secolo dei vocabolari per l’abbondanza di questa tipologia di pubblicazione, si impose il movimento del Purismo: opponendosi all’invadenza della cultura francese del periodo, c’era chi, parallelamente ad una nuova attenzione verso la terminologia tecnico-scientifica e l’uso vivo della lingua, sentiva l’esigenza di un ritorno all’imitazione del fiorentino trecentesco. Il testo emblematico di questa corrente fu la “Crusca veronese”, edita nel 1806 dall’abate Antonio Cesari: quest’opera ribadì la superiorità della lingua di Firenze del Trecento, dotata di innata perfezione, mantenendo una chiusura totale nei confronti della scienza e degli autori moderni; gli eccessi del Purismo vennero condannati soprattutto dai “classicisti” lombardi, il cui principale esponente era Vincenzo Monti, che attaccò i puristi e gli Accademici, sostenendo l’importanza di scrittori, filosofi e scienziati di tutta l’Italia, e non solo fiorentini, nella formazione dell’italiano letterario. Mentre gli Accademici si apprestavano a compilare, con fatica, la quinta edizione del loro Vocabolario, esso venne definitivamente superato, in termini contenutistici e metodologici, dal dizionario storico di Niccolò Tommaseo, il “Dizionario della lingua italiana”, pubblicato tra il 1861 e il 1879, che costituì l’impresa lessicografica più importante del XIX secolo: esso, nelle definizioni, faceva largo uso di esempi tratti non solo dai testi antichi, tanto cari alla Crusca, ma anche da scrittori non toscani dell’Ottocento e da trattati tecnico-scientifici; nonostante la presenza di alcuni giudizi inappropriati e di lacune e contraddizioni di vario genere, l’opera del Tommaseo riuscì a conciliare la dimensione sincronica (la lingua documentata in un dato periodo storico) con quella diacronica (la lingua descritta nella sua evoluzione). Quando venne pubblicato, solo nel 1863, il primo volume della quinta edizione del Vocabolario della Crusca, esso presentava alcune caute aperture verso gli autori moderni, ma confermò il rifiuto nei confronti dell’universo scientifico. Occorrerà aspettare la fine del secolo per assistere alla produzione sia di dizionari metodici, legati alla conoscenza della nomenclatura di vari ambiti professionali, sia, in particolare, di dizionari dell’uso, rivolti non più solo agli studiosi ma anche ai lettori comuni: quest’ultima categoria fa riferimento al modello, capostipite del genere, del “Dictionnaire de l’Academie francaise”, risalente al lontano 1694, il cui aspetto veramente innovativo consiste nell’eliminazione degli esempi d’autore e nell’introduzione di una ricca fraseologia ispirata al reale parlato quotidiano.

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