A tu per tu con l’autore: Antonio Tintori racconta il suo nuovo libro “La trappola dell’Ovvio”

Viviamo davvero secondo le nostre idee o siamo guidati da schemi che non mettiamo mai in discussione? C’è questa domanda dietro il lavoro di Antonio Tintori, autore de “La trappola dell’Ovvio”, che ha voluto raccontarci la genesi del suo libro e quanto questo possa aiutarci nel comprendere quei meccanismi che ci condizionano sin da piccoli.

L’autore

Antonio Tintori scienziato sociale, sociologo e responsabile del gruppo di ricerca Mutamenti Sociali, Valutazione e Metodi (MUSA) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), svolge attività di ricerca in campo socio-psicologico, con particolare attenzione ad atteggiamenti, comportamenti e condizionamenti giovanili, interazione online e offline, credenze, stereotipi, genere, devianza, violenza e disagi psicologici. Responsabile di numerosi progetti di ricerca, locali, nazionali e internazionali, si occupa inoltre di divulgazione scientifica e di alta formazione. È autore di libri e oltre 100 pubblicazioni scientifiche.

Alla scoperta di… La trappola dell’ovvio

Cosa ti ha spinto a scrivere “La trappola dell’ovvio” proprio in questo momento storico e come
sarebbe stato accolto, secondo te, questo libro 20 anni fa?

Sono anni che volevo scrivere questo libro ma non me la sentivo, perché parla di tutto ciò a cui
siamo addestrati a non pensare, di cose semplici che rendono però estremamente problematiche
le nostre vite, e quindi di ciò che rende in autentica l’umanità. E per scrivere un libro del genere,
pensavo, mi serviva maturare quanto più conoscenza e consapevolezza possibile. Un libro del
genere, poi, per avere senso necessitava di un linguaggio opportuno, sufficientemente colloquiale,
trasversale, a cui spesso noi scienziati non siamo abituati ma che negli ultimi anni ho
personalmente sviluppato, anche se a modo mio, grazie a un’intensa attività di divulgazione
scientifica. La trappola dell’ovvio è quindi certamente un libro per tutti e per tutte, ma soprattutto
si tratta di un libro timeless e spaceless, che poteva essere accolto allo stesso modo 20 anni fa, così
come tra 20 anni o 50, perché in assenza di consapevolezza la storia dei condizionamenti al
pensiero e al comportamento può mutare nel tempo ma difficilmente cesserà, come gli ultimi anni
di regressione culturale hanno purtroppo ben chiarito.


Nella tua carriera di ricercatore ti sei occupato di tematiche inerenti il mondo dei giovani offrendo
importanti contributi scientifici. Come pensi che questo libro possa aiutare i ragazzi di oggi?

Penso che sono arrivato a fare il lavoro che faccio perché fin da bambino mi incuriosiva scoprire le
persone ragionare e agire pure molto diversamente anche solo in base a dove vivevano. Per
questo penso che ci sono persone in qualche modo impermeabili ai modi di essere imposti, anche
se mi sembra chiaro che siano la netta minoranza. Parlo di quelle persone che si pongono
domande, anche le più sconvenienti, male accolte da chi le circonda perché sono irriverenti verso
tabù e dogmi, sociali o più o meno religiosi che siano. Chi non fa parte di questa minoranza va
però tutelato e tutelata, perché la libertà da ogni schiavitù, pure se solo cognitiva, la merita anche
chi non sa di averne bisogno. Per questo ritengo che sia un dovere prioritario proprio da parte del
mondo scientifico fornire ai più giovani gli strumenti cognitivi e conoscitivi necessari a sviluppare
un’identità sociale concreta,
lucide e rispettose interazioni con le altre persone. Questo processo
di “riassestamento” può avvenire proprio finché si è piccoli, poi certe strutture organizzative del
nostro cervello si cristallizzano e si rende necessaria una più intensa opera di decostruzione e poi
di risocializzazione. A questi processi, rivolti agli adulti, ho dedicato lo spazio finale del libro. Ecco
perché La trappola dell’ovvio è una specie di manuale contro gli inganni, contro i mercanti di
certezze
. Perché mette in guardia da una serie di meccanismi sottili, occulti e altamente pervasivi
che sono spesso alla base delle più importanti (e sbagliate) scelte della nostra vita, di infelicità,
depressione, illusioni disattese e tanta, ma tanta violenza.


Quali sono i fattori più ovvi che ci condizionano e che, dopo averli scoperti, hanno modificato
anche la tua percezione della realtà? C’è un “ovvietà” in cui anche tu sei caduto?


Siamo addestrati alla pigrizia cognitiva, ad autolimitarci lo sviluppo del pensiero, frenandolo a uno
stadio di primordiale evoluzione, a pensare in modo estremamente semplice, dicotomico, binario:
buoni contro cattivi, giusto contro sbagliato, maschile contro femminile, e questo ci espone alla
credulità, all’idea che ci sia sempre un ordine pienamente superiore e inferiore delle cose, a essere
manipolabili, a una crescente dipendenza a credere alla retorica che riduce a banalità fatti invece
inevitabilmente complessi. Per l’ansia dell’incertezza, sentiamo la necessità di credere a tutto ciò
che è schematico e ci dà un indirizzo, oltreché risposte
. Non ci interessa poi se queste siano o
meno corrette, l’importante è averne! Capita poi che col tempo crediamo sempre più di avere bisogno di credere, di non poterne fare a meno. Arriviamo a credere anche dissacrante non
crederlo. Quando – e soprattutto se! – comprendiamo invece che siamo per tanti versi eterodiretti,
che esistono meccanismi che ci spingono a maturare idee, prendere decisioni, occupare posti nella
società che non sono i nostri e che altrimenti non ci riguarderebbero, per di più a tutto svantaggio
del nostro benessere psicologico, e quando poi vediamo che proprio da questa nostra passiva
cecità ne consegue una certa struttura del sistema mondo, allora scopriamo il mondo dell’ovvio, e
le sue trappole, sulle quali tutti e tutte cresciamo, senza esclusioni. Il problema di cedere
all’illusione che la realtà sia una sola, e cioè quella che ci hanno raccontato in base a dove e
quando nasciamo, prima o poi dovremmo affrontarlo. Questo libro serve a questo. La soluzione,
invece, di solito, è credere.


Puoi fare un esempio concreto di un’idea oggi considerata ovvia ma che in realtà è costruita
socialmente?


Ci mentiamo in continuazione, sapendo e ancora più spesso non sapendo di mentire. Idealizziamo,
e ce la prendiamo con chi abbiamo intorno, per qualche sua diversità, perché al nostro malessere
esistenziale occorre un capro espiatorio. Come cura ci costruiamo spesso un nemico, o ci
prendiamo quello che ci danno in pasto l’ignoranza e la demagogia politica, immaginandolo
aggressivo o moralmente inferiore a noi. Il risultato di tutto questo è storia. Siamo una società
disuguale, sessista, asimmetrica, razzista, che ha paura della diversità e sempre più individualista,

dove le lacerazioni del classismo del passato, quelle che oggi sono solo più articolate e
apparentemente sfumate di un tempo, non sono affatto invisibili. Siamo anche, però, una società
tecnicamente in rapida evoluzione, e questo che ingenuamente scambiamo per segno di civiltà ci
sta ancor più rendendo frammentati e dipendenti da ragionamenti non nostri.
Non siamo infatti
più divisi solo da chi percepiamo come “diverso” da noi sulla base di qualche stereotipo, ma anche
da chi è a noi più simile, perché la tecnica, o la tecnologia se si preferisce, ci sta silenziosamente
disconnettendo l’un l’altro, deumanizzando. Magari diventeremo dei barbari ipertecnologi, illusi di
poter fare a meno dei contatti umani e sempre più de-emozionati, manipolabili dal più becero
complottismo.


Siamo circondati da pregiudizi e stereotipi che ci vengono inculcati sin da piccoli, ma perché
ritieni che gli stereotipi di genere siano i meccanismi più pervasivi?


Gli stereotipi di genere sono il più raffinato strumento di condizionamento sociale mascherato da
realtà che sia mai esistito
. Nonostante ci sia chi è nella convinzione che si parli di un problema
superato, continuano a essere la grammatica del comportamento di massa. Sono talmente efficaci
da convincere ancora oggi le loro principali vittime – le donne – ad accogliere senza esitazione o
addirittura con orgoglio l’inferiorità sociale che gli viene attribuita fin dalla nascita. I ruoli sociali
che ne scaturiscono, sui quali si generano ansie e aspettative e che tracciano i confini della
gerarchizzazione dello spazio sociale: il predominio maschile e la subalternità femminile, sono anzi
una vera e propria truffa ai danni di bambini e bambine, a cui, distintamente si raccontano fin dai
primi passi di vita storie molto diverse.
Ricordiamoci però che anche i maschi sono vittime di
questi stereotipi, che si instillano per mezzo del gruppo primario (la famiglia cosiddetta
tradizionale), luogo di riproduzione di tutte le principali disuguaglianze sociali. Se infatti questi
stereotipi vogliono la donna immolata a una coercitiva abnegazione, affinché lo schema funzioni il
maschio deve divenire prigioniero di una virilità introiettata che lo costringe a reprimere le
emozioni, a non piangere, a non essere sé stesso e a ricorrere stupidamente alla violenza se
privato del suo potere controllante.

Se la manipolazione funziona quando viene chiamata normalità, quanto incide il linguaggio nel
dirci cosa è davvero normale e come avviene la diffusione dei pregiudizi attraverso di esso?


Non c’è dubbio sul fatto che il linguaggio sia uno dei principali elementi che oggettivizza le regole
sociali (quelle non sanzionatorie) e i modi comportamentali impartiti dalla socializzazione
primaria. È attraverso il linguaggio,
anche primo fattore codificato che assumiamo nella nostra vita, che si sostanzia l’inferiorizzazione della donna così come dello straniero e della diversità in tante sue
sfaccettature.
La sua struttura è peraltro spesso intrisa di elementi di violenza che preordinano
specifici rapporti di dominio. L’italiano, poi, si è proprio storicamente conformato e cristallizzato
avallando un atteggiamento sessista. Diversamente, ma solo per fare un esempio, l’inglese non ha
genere grammaticale né accordo su articoli e aggettivi. Questo ci dice però anche che il linguaggio,
pur essendo estremamente importante nel concretizzare i condizionamenti di genere, non è il
problema centrale della socializzazione binaria, come invece spesso si ritiene. Nel senso che una
sua effettiva neutralità non garantisce di per sé l’assenza o la possibilità di superare rapidamente
gli stereotipi, da cui non sono certo esenti il mondo anglosassone né altri contesti geografici con
una struttura neutrale del linguaggio. Certamente il linguaggio è una componente rilevante della
cultura, ma lo stesso può dirsi per molti altri idiomi in cui il genere grammaticale è assente, e
quindi non distingue tra nomi, articoli e aggettivi al maschile e al femminile. Un’eccessiva
focalizzazione su questo aspetto rischia quindi di far perdere di vista tanti altri fattori che sono
altrettanto alla base della riproduzione di discriminazione e violenza.
Non per niente, sono privi
del genere grammaticale anche il turco, l’azerbaigiano, l’ungherese, l’estone, il persiano, il
vietnamita e l’indonesiano, e ancora il coreano, il giapponese e il cinese. Cioè idiomi praticati in
Paesi ove si registra una stereotipia di genere decisamente più elevata che in Italia (la lista,
volendo, sarebbe ancor più ampia).


Se la nostra società è costruita da stereotipi, che mondo sarebbe se crollassero? Credi che le
persone sarebbero più disorientate oppure più libere senza condizionamenti se scegliessero di
intraprendere la via d’uscita indicata da La trappola dell’ovvio?


Uso il termine stereotipo per figurare ogni tipo di credenza acritica, socialmente dogmatica,
dominata dall’esigenza di ottenere risposte chiare a fatti che chiari, di fatto, non saranno mai. I
commercianti di certezze questo fanno: riducono la nostra incertezza trasmettendoci un senso di
(falso) benessere. Convincersi di fare la cosa giusta, quella naturale, impersonificare appieno il
ruolo sociale che ci è stato ordinato, fare quindi la cosa ovvia e in quanto tale incontestabile
determina infatti una certa stabilità mentale. Gli stereotipi sono scorciatoie cognitive, ma sono
acquisiti come manuali di istruzioni sul consumo della vita. Manuali però di parte, funzionali a
mantenere in buona salute certi disequilibri di potere. Non è facile però vivere in assenza di
credenze, questo è necessario dirlo, proprio a partire dal credere nell’esistenza di tutto ciò che ci
hanno fatto chiamare “normalità”.
Aderendo infatti a religione, riti, magia, cerimoniali simbolici e
a certi schemi di relazioni umane preordinate, non si fa altro che rispondere all’incertezza della
vita, alla quale si può sfuggire credendo a idee, come nel caso degli stereotipi, così come
sottomettendosi a un dio per negoziare salvifici vantaggi in corso di vita e soprattutto post
mortem. Credere non è quindi tanto cedere a illusioni quanto cercare risposte. Sempre, però,
all’interno di gabbie cognitive costringe. Uscire dagli schemi interpretativi della vita che ci sono
stati impartiti e che ci indicano come ragionare, e cioè di non ragionare, ammutinare quindi la
propria socializzazione primaria, in particolare quella familiare, è possibile ma come ho più volte indicato il costo iniziale è quello di infliggersi un atto di auto-violenza, che può avvenire però solo
una volta maturata la concreta esigenza di una radicale trasformazione di sé stessi. Da principio si
avvertirà l’ansia della novità, e anche dell’ignoto, ma si tratterà di una condiziona transitoria che
lascerà poi spazio a un’eccitante apertura al mondo reale. Per vivere consapevolmente si deve
quindi deviare, socialmente, accogliendo l’incertezza come parte integrante della vita e con essa
tutte le infinite possibilità che può offrire.
Attenzione però: l’addestramento all’economia
cognitiva che abbiamo subito fin dalla culla è sempre in agguato, e senza una concreta
risocializzazione non è affatto insolito trovarsi nuovamente chiusi all’interno di nuovi rigidi modelli
di vedere le cose, cedere a una nuova miopia intellettuale o anche al solo risentimento, rimanendo
imbrigliati in una nuova logica dell’ovvio.

LA TRAPPOLA DELL’OVVIO di Antonio Tinteri

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