Ci sono alcune ferite da cui si fatica a guarire. Sono quelle invisibili, sottopelle, che nella presenza dell’altro trovano un aiuto per essere sanate. Vi è questo dietro il racconto del prof. Sossai, in “Ferite Sottopelle” che ha voluto portarci all’interno della storia di Marcus, per ricordarci quanto ognuno di noi combatte con la propria fragilità emotiva per ritrovare la strada di casa.
L’autore
Paolo Sossai è specialista in Gastroenterologia, Oncologia Medica e Primario in Medicina Interna, con una lunga esperienza nella gestione di patologie complesse e nella ricerca scientifica. Attualmente, è Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche presso la Scuola Internazionale delle Maxiemergenze e dei Disastri (MEDIS), emanazione del Centro Europeo della Medicina delle Emergenze e delle Catastrofi (CEMEC) del Consiglio d’Europa. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali, ha partecipato a congressi e convegni in Italia e all’estero, è editor di riviste scientifiche internazionali, tra cui Telemedicine International ed ha all’attivo 7 libri pubblicati.

Riflessioni su.. Ferite Sottopelle
Com’è nata l’idea di Ferite Sottopelle? C’è stato un momento o un’esperienza precisa che ti ha spinto ad affrontare questo tema?
Non c’è stato un momento preciso, un episodio scatenante. È stata piuttosto un’accumulazione: anni di esperienze, di storie vissute e di storie che altri mi hanno raccontato, sedimentate una sull’altra finché non hanno chiesto di essere scritte. In tanti anni di medicina ho imparato che le ferite che contano quasi mai si vedono: stanno sotto la pelle, e sono quelle di cui non si parla. Ferite sottopelle nasce da lì — dal bisogno di dare una voce a tutto quel non detto.
A chi è ispirato il personaggio di Marcus? Puoi considerarlo il tuo alter ego o sei completamente diverso dal protagonista?
Molti personaggi di Ferite sottopelle sono reali: non maschere, ma persone che ho incontrato, o conosciuto anche solo indirettamente. Alcuni conservano persino il loro vero nome, e va bene così. Marcus non sono io: è una figura in cui confluiscono me e altri. Quello che mi premeva non era raccontare una vicenda mia, ma guardare in faccia quanto possano essere difficili i rapporti tra le persone, e quanta insincerità li attraversi: le parole che dicono una cosa e ne nascondono un’altra, i legami che si reggono su ciò che non viene detto. Sono ferite che restano quasi sempre mute; nel romanzo ho voluto dare loro un nome e un peso, perché una sofferenza riconosciuta smette di essere inutile. Dove finisco io e dove comincia Marcus, lo lascio al lettore.
Nel romanzo le relazioni hanno un ruolo centrale: quanto contano davvero nel processo di guarigione dalle “ferite sottopelle”?
Contano molto. Dalle ferite sottopelle non si guarisce da soli: si guarisce quando qualcuno ti sta accanto senza pretendere niente in cambio, senza pubblico. Nel romanzo la cura non arriva da una formula, ma da legami concreti, con persone precise. È una cosa che ho visto da medico: la medicina fa moltissimo, ma è la relazione che permette davvero di rimarginare.
Ti senti più vicino a una visione scientifica della realtà o a una dimensione spirituale dell’esistenza?
Veniamo da una tradizione cartesiana che ha separato nettamente la materia, oggetto della scienza, dallo spirito e dalla coscienza. Quella separazione ha fatto nascere la scienza moderna, ma l’abbiamo vissuta come una frattura, un vallo tra due mondi. Eppure, soprattutto nel Novecento, la fisica stessa — il ruolo dell’osservatore, i limiti del determinismo meccanico — ha incrinato quell’immagine rigida del reale e ha riaperto domande che il riduzionismo credeva chiuse. Non direi che scienza e spirito coincidono; direi che quel fossato non è più quello di Cartesio, e che oggi possono dialogare invece di escludersi. Io, da medico, vivo proprio su quel confine.
Non si parla mai abbastanza di fragilità emotiva: quanto è importante oggi discuterne apertamente?
È importantissimo, e lo dico da medico prima ancora che da autore. Abbiamo imparato a curare il corpo e a tacere tutto il resto, come se la fragilità fosse una colpa da nascondere. Ma una ferita emotiva non detta non guarisce: si infetta. Parlarne apertamente non è esibizionismo, è igiene dell’anima — e spesso è già metà della cura. Per questo ho voluto un libro che la nominasse senza vergogna.
Qual è stata la scena più complessa o emotivamente impegnativa da scrivere?
La scena in cui la fiducia si spezza. La difficoltà non era raccontare il fatto, ma far sentire al lettore la tragedia di quella perdita — il momento in cui ti accorgi che non potrai più fidarti a qualcuno come prima, e che qualcosa, dentro, non tornerà al suo posto. Non volevo che chi legge assistesse da fuori; volevo che provasse sulla propria pelle quello smarrimento, il terreno che manca sotto i piedi. Per riuscirci ho dovuto entrare dentro Marcus, in chi quella fiducia la vede crollare, e restarci senza scappare dal dolore prima del tempo. È lì che la scrittura mi è costata di più: quando smetti di raccontare una ferita e cominci a farla sentire.
Spesso nei libri ci sono frasi quasi “rivelatrici”, quelle che i lettori sottolineano e poi portano con sé, condividendole anche fuori dal contesto del romanzo. In Ferite sottopelle c’è una frase che ha questo compito?
Per aspera ad veritatem: per me la ricerca della verità è il vero senso della vita — anche, e forse soprattutto, nei rapporti. La verità può essere dura all’inizio, può costare, ma è l’unica cosa che alla fine restituisce dignità vera alla persona. Se i lettori dovessero portare via una sola cosa da questo libro, vorrei fosse questa.
FERITE SOTTOPELLE di Paolo Sossai
Aquista la tua copia qui
Rosiello Silvia




