Dopo giorni di cielo plumbeo e scarpe umide, stamane il sole, finalmente, ha riscaldato i miei pensieri. La mia penna birichina, ovviamente, non si è fatta attendere nel suo prorompente vitalismo: ci eravamo lasciate da non molto a Monaco di Baviera che, senza darmi nemmeno il tempo di scendere dal letto ed infilarmi la vestaglia, me la ritrovo a passeggiare ad Amburgo, lungo il fiume Elba, attraverso le vie pensili della Speicherstadt, mentre cerca di mimetizzarsi tra i mattoni rossi dei magazzini. Ad un certo punto si ferma e guarda lontano, oltre l’Elbphilarmonie, verso il Mare del Nord, che non è poi così distante: respiro a pieni polmoni quell’aria nordica, fresca, raminga, tant’è che mi ritrovo ben al di là del confine ipotizzato, addirittura sull’Oslofjord, che accoglie, in un naturale abbraccio, la capitale della Norvegia. In questo contesto così scandinavo, avverto immediatamente un’atmosfera viva, febbrile, protesa al tecnologico e al nuovo senza compromessi, in una spontanea compenetrazione di mezzi di comunicazione e di culture: il gigante mediatico norvegese Schibsted, infatti, ha lanciato, già dal 2014, una strategia competitiva nell’ambito della combinazione e della sinergia tra i media scandinavi, dichiarando guerra aperta ai colossi Apple, Google e Facebook. L’azienda di Oslo possiede già testate e website in una trentina di paesi, ma sta lavorando per creare un gruppo di lavoro unificato, che permetta la collaborazione tra i differenti marchi nello sviluppare nuovi prodotti da lanciare in rete; a questo modello aziendale si è ispirato anche David Lagercranz, lo scrittore svedese che ha preso il testimone del defunto compianto Stieg Larsson per la stesura del giallo serial. L’obiettivo di questa riforma radicale è lanciarsi nel settore digitale e dominarlo a tutto tondo, per contrastare il costante calo degli utili nelle vendite del cartaceo, un problema strutturale che coinvolge tutta la Scandinavia. La parola chiave che identifica al meglio questo cambiamento è il termine svedese “konverteringsbolag”, secondo il quale i lettori di articoli vengono convertiti in utilizzatori di servizi pubblicizzati, quindi, secondo uno studio del professore universitario Jens Barnland, vengono sfruttati i prodotti editoriali per promuovere altri servizi digitali, favorendo il business delle inserzioni pubblicitarie; questa strategia, protesa alla multimedialità del panorama editoriale, si sta diffondendo capillarmente in Scandinavia, ed ha già coinvolto altri editori come il gruppo norvegese Amedia e quello svedese Bonnier. Tuttavia, questo sconfinamento nel mondo del digitale da parte dell’editoria, se, da un lato, favorisce il sostentamento economico di quest’ultima, dall’altro rischia di instaurare un’ambigua correlazione tra cultura e marketing, svilendo la missione impegnata della comunicazione. Il pericolo di una costante degradazione della divulgazione culturale è sempre in agguato, anche in quelle nazioni nordeuropee che, a prima vista, sembrerebbero più distanti dal dogma del guadagno a tutti i costi, e dove il numero di lettori attivi, in Norvegia, raggiunge l’encomiabile percentuale del 90% (davanti ad una simile cifra, ogni preoccupazione è vana…). Ma le nuove frontiere della cultura mirano anche a puntare sulla sostenibilità ambientale: la più grande biblioteca dei paesi scandinavi, ad Aarhus, in Danimarca, con un tetto ricoperto da ben 300 mq di pannelli solari, risulta una struttura completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Ciò disvela le differenti sfaccettature dell’editoria contemporanea, in cui alla sete sfrenata di facili guadagni può contrapporsi la salvaguardia dell’ambiente, in un contesto avanguardistico come quello scandinavo, in un edificio avveniristico, come il succitato Dokki, dove leggere un libro non costa alla Terra nemmeno il voltaggio di una lampadina.

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